impressioni a mandorla 2009
solo testo I/VII
impressioni a mandorla 2009
solo testo I/VII
1. Pechino, anno 2009.
Questa volta arrivo in inverno, a febbraio, mi accoglie una bella nevicata, e ben presto devo ricredermi sul tempo pechinese: la città è estremamente secca (tanto che innaffiano continuamente anche gli alberi lungo i viali), la maggiorparte dei giorni il cielo è terso, e lo sarà fino a giugno, e poi da metà settembre in poi. Non piove quasi mai.
Ogni tanto il cielo si fa grigio, non per le nuvole ma probabilmente per l’inquinamento dovuto alle auto e anche alle ciminiere del riscaldamento centralizzato dei vari comprensori. Anidride solforosa, cantava Lucio Dalla.
2. La temperatura invernale è decisamente bassa per le abitudini latine: si sta spesso intorno ai -10, e ogni tanto tira un vento gelido che passa anche attraverso guanti e mutandoni di lana. Situazione abbastanza difficile, specie perché continuo a voler usare la bicicletta tutti i giorni. Abito in un appartamento a circa un chilometro dall’università, fino a luglio, e poi da settembre in un altro un po’ più lontano, una ventina di minuti pedalando senza spingere troppo.
3. Continuo a frequentare lezioni di cinese tutti i giorni. Qualche baldo giovane in classe mi prende in giro per i mutandoni del nonno (爷爷的裤子 <yéye de kùzi>, in cinese, o “Flinstones”, come li ha ribattezzati una coreana), la prima volta che li metto sotto i pantaloni, e sfrontatamente li faccio notare.
Poi molti li vedo quasi piangere quando il freddo si fa più pungente, e immediatamente dotarsene, bando alla moda.
4. Per la mia limitata esperienza i periodi della capitale cinese climaticamente migliori sono da metà aprile a metà giugno, e poi da metà settembre a metà novembre: né caldo né freddo, cielo prevalentemente terso, molto piacevole.
Il resto è quasi un inferno, almeno per chi come me è assuefatto alla mitezza mediterranea: per i russi quando fa -10 è una specie di autunno, una siberiana ci dice che in quei giorni a casa sua fa -40. Invece d’estate se la passano bene i tailandesi, per loro l’umidità pechinese non è così soffocante. L’impressione è che sia vero ciò che spesso si sente dire, e cioè che il clima mediterraneo sia in effetti particolarmente fortunato.
5. In un posto in cui può capitare d’incontrare gente che non ha mai sentito nominare né Roma né l'Italia*, quando il proprietario della casa che affitto da febbraio a luglio vede il mio passaporto, legge il nome della città di nascita e mi chiede dov’è. Un posto vicino una piccola città, nell’Italia centro-orientale, gli dico. Ma dove? Eh, la piccola città si chiama Ascoli, rispondo, ma non credo che... Ascoli! Certo che la conosco, fa lui, gioca nel campionato italiano, in serie B mi pare. Allibisco, per l’ennesima volta di fronte alla potenza senza confini del pallone.
Da considerare che gli abitanti di Ascoli Piceno qui starebbero tutti in un comprensorio (un gruppo di palazzi, in pratica un grosso condominio) neanche troppo grande per gli standard cinesi.
*: vedi iam2007-50
6. Servizio del TG di uno dei canali televisivi della capitale (BJTV), qualche tempo fa.
Le immagini un po’ sgranate di una telecamera di sorveglianza.
Siamo all’interno di un centro commerciale, c’è una rissa tra due cinesi. A un certo punto uno dei due si accascia. L’altro si volta, il luccichio della lama di un coltello.
Dopo il dramma, comincia la parte curiosa: il servizio non finisce, anzi.
Entrano in gioco tutte le telecamere di sorveglianza della zona: dopo quelle interne al centro commerciale tocca alle esterne, sapientemente selezionate da una regia misteriosa, a seguire l’aggressore che si allontana dal luogo del delitto, prima scappando e poi via via sempre più tranquillo. [...]
7. [...] Ingenuo. Perché le telecamere di sorveglianza vanno ben oltre la zona iniziale, e permettono di seguire l’accoltellatore fino a quando, dopo chilometri, rientra in quello che presumibilmente è il palazzo in cui abita.
Si resta un po’ su quest’ultima telecamera, con un’angolazione che inquadra la porta del palazzo, ed ecco che arrivano gli agenti di pubblica sicurezza, e poco dopo l’uomo esce di casa, questa volta accompagnato, a testa bassa.
Mi viene in mente la tradizionale idea di panottico, il Foucault di Sorvegliare e punire, un controllo esteso a livello di onnipresenza. Con sogni e incubi connessi...
8. C’è una città sotterranea sotto i palazzi della maggiorparte dei comprensori che costituiscono l’unità urbanistica fondamentale di Pechino. C’è il primo piano sottoterra (e ce ne sarebbero altri sotto, ma l’idea di scendere ancora suscita in me una leggera inquietudine) con i parcheggi per le auto, le moto e soprattutto le biciclette, stipate a migliaia in serie infinite di stanzoni. [...]
9. [...] E poi altre stanze, abitate, sottoterra, dagli addetti ai servizi del comprensorio: sono decine, da quelli che si occupano della raccolta dei rifiuti svuotando i cestoni presenti ad ogni piano di ogni palazzo, ai giardinieri, i portieri o guardie che dir si voglia che stanno giorno e notte ad ogni entrata del comprensorio e dei singoli palazzi interni, gli addetti alle riparazioni (idraulici, elettricisti, ecc., con servizi di manutenzione di solito compresi nella quota condominiale: li chiami, aggiustano, firmi un foglietto e se ne vanno), il personale dei vari negozi (supermercati, lavanderie, parrucchieri, massaggi, ecc.), fino all’uomo dei contatori dell’elettricità... [...]
10. [...] L’uomo dei contatori lo devi chiamare dopo aver ricaricato in banca la carta per l’elettricità (una carta con un chip), per trasferire il credito dalla carta al contatore, che in alcuni palazzi si trova in una stanza chiusa a chiave. Lui ha la chiave.
La faccenda funziona così: mentre per esempio per l’acqua c’è una bolletta simile alle nostre, per l’elettricità c’è la carta, vai in banca a ricaricarla di un tot di unità, poi quando scendi sotto le 100 unità (che bastano almeno per una settimana) scrivono il numero del tuo appartamento con le unità rimaste su un foglio in una bacheca davanti agli ascensori, così che puoi accorgertene e ricaricarla in tempo prima di finire le unità. [...]
11. [...] Una volta però ho avuto una serie di giorni molto movimentati e non ho notato di essere entrato in lista, così una sera torno a casa verso le undici e, clic, clic, clic, la luce non si accende. Brutta sensazione.
Chiamo l’addetto, gentilissimo nonostante l’ora, e provo a riutilizzare la carta: l’ultima volta avevo notato che ci aveva lasciato qualche unità, e avevo pensato fosse un’usanza previdente per situazioni del genere. Sbagliavo: 0000 sul contatore e 0000 sulla carta.
«Mei banfa», niente da fare, gli dico. Domattina alle 8 in banca, risponde tranquillo. [...]
12. [...] Sono in giro dalle 9 di mattina, decisamente esausto, la notte dovrei anche lavorare un po’ col computer, ma onestamente se fossi solo in casa sacramenterei un po’ e mi metterei a dormire al buio e senza condizionatore, magari illudendomi che la roba in congelatore reggerà ancora qualche ora. Ma, coincidenza nefasta, so che verso mezzanotte torna il Pacciani, l’amico coinquilino, da un viaggio di 4 giorni a Shanghai: molto brutto accoglierlo così, al buio. [...]
13. [...] Per cui mi faccio forza e chiedo all’uomo dei contatori se per caso non c’è un altro modo, senza dover aspettare la mattina, confidando nella sensazione sempre più netta che in Cina si trova sempre un modo di fare le cose anche più strane, magari è contorto ma alla fine si trova. E infatti mi risponde che sì, a dire il vero c’è un posto in cui poter ricaricare la carta, accaventiquattro. Sacramento ancora un po’ e me lo faccio dire. [...]
14. [...] Lui parte con una serie di indicazioni stradali complicatissime, ben oltre le mie attuali capacità di comprensione del cinese, specie per i nomi dei luoghi che cita come riferimenti, per me perlopiù sconosciuti. Con la bocca aperta, gli occhi sgranati e sul punto di mollare, per fortuna ogni tanto anche se stanchi arriva una buona idea: perché non me lo scrivi? Ma perché se te lo scrivo riesci ad arrivarci? Lascia fare... [...]
15. [...] Così esco e prendo un taxi, ma nonostante il foglietto dell’addetto ai contatori fatichiamo molto a trovare il posto. E ci credo, è chiuso! Almeno apparentemente. C’è questo palazzo con l’insegna accesa - l’indicazione del foglietto porta lì - ma la porta è sbarrata e dentro tutto spento. Al terzo passaggio guardiamo meglio e noto un cartello con una freccia che indica un campanello, scendo dal taxi, suono, si apre una porta ed esce un ragazzo assonnato che si accende una sigaretta. Che vuoi? Ho un problema con la carta dell’elettricità, è scarica e vorrei... «Mǎi diàn?» (买电, letteralmente: comprare elettricità, il cinese è tremendamente sintetico). Ehm, sì, quello... [...]
16. [...] Mi apre, e mi dice di salire al piano di sopra, mi segue per le scale, arrivo e mi si presenta un surreale ufficio al pubblico, tipo posta, con le luci accese ma completamente vuoto, neanche un’anima. È circa mezzanotte. Bussa a una porta e urla «mai dian», esce un altro ragazzo che solerte va a piazzarsi dietro lo sportello, gli do carta e soldi, lui la ricarica con un computer, mi ridà indietro carta, ricevuta e resto. Torno a casa, richiamo l’addetto, riandiamo alla stanzetta dei contatori del piano, ricarica, e via, fu fatta la luce.
